Le miniere di Cabernardi e Percozzone

Quando si parla di Cabernardi il pensiero corre subito alla Miniera di Zolfo, scoperta il 16 aprile del 1886, diventata nel tempo il centro minerario più grande d'Europa, con una produzione massima di 60.000 Tonnellate di materiale estrattivo.

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La punta massima degli operai ed impiegati occupati raggiunse il nr°di 2850. Il bacino minerario aveva una estensione di km. 3 di lunghezza, m.1.500 di larghezza e m.800 di profondità, con 15 gallerie e due pozzi di estrazione, profondi m. 460; mentre la Miniera aveva l'ultimo livello a m. 800, di cui 515 m. sotto il livello del mare.
Il complesso industriale venne smantellato del tutto nel 1959, anno ufficiale di chiusura della Miniera. Altri particolari sulla Miniera si possono attingere dal volumetto, dato alle stampe da Paroli Giuseppe e Marcucci don Dario nel luglio del 1992, a 40 anni dalla famosa occupazione della Miniera (anno 1952).

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L'attività estrattiva iniziò a funzionare intorno al 1860 quando – cosi racconta la leggenda - un contadino cercando di abbeverare le bestie su una pozza d'acqua, si accorse che queste non bevevano e che l'acqua era maleodorante.
In un primo momento chiamò il parroco e questi a sua volta chiamò un esperto che decretò l'esistenza di una falda di minerale. Prese avvio cosi, nel podere del contadino, l'estrazione dello zolfo; prima con l'amministrazione da parte della famiglia tedesca Buhl - Deinhard, poi con la "Società Miniere Solfare Trezza e Albani ed infine nel 1917 con la Società Montecatini.
Secondo esperti il minerale si formò nel Miocene, circa sette milioni di anni fa, quando in seguito all'abbassamento del livello marino inizi la deposizione gessoso - solfifera. Gli strati di questa deposizione si trovano a Cabernardi in senso subverticale e ciò spiega lo sviluppo della miniera in profondità.
Il giacimento solfifero fu molto importante per la popolazione del luogo, poiché riuscì per circa novant'anni a dare benessere prosperità. Lo zolfo, una volta estratto dalla miniera, veniva raffinato o con il metodo del calcarone, o con quello dei forni Gill. Il primo consisteva nel riempire una specie di fornace conica inclinata, con pezzi di minerale misto a “ganga" (roccia).
Si procedeva collocando alla base del cono pezzi di maggiore dimensione e si continuava con quelli più piccoli fino al riempimento. Ultimata la carica si dava fuoco al tutto. Alcuni giorni dopo - ma il periodo variava a seconda della grandezza del calcarone - incominciava a colare il minerale. In questo modo si otteneva una prima raffinazione dello zolfo.

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Purtroppo il fumo, derivante dalla combustione (anidride solforosa), era talmente nocivo che nel raggio di vari km la vegetazione era pressoché inesistente. La società amministratrice dell'industria zolfifera fu costretta a rimborsare i contadini danneggiati.
Il secondo metodo, quello dei forni Gill, rappresenta un perfezionamento del calcarone: la combustione invece di avvenire in una sola fornace veniva prima in una cella e poi nelle altre, dove i gas caldi venivano fatti passare. Lo zolfo liquido veniva colato in appositi stampi quadrati, i cosiddetti "pani", i quali venivano in parte mandati all'estero e in parte inviati, tramite teleferica, alla vicina raffineria di Bellisio.
Prima dell'avvento della Montecatini, che fece della miniera una vera e propria industria, la discesa nel sottosuolo avveniva in maniera rudimentale. Con l'apertura di due pozzi - di cui uno ancora visibile - e l'installazione di argani a vapore, gli operai migliorarono di molto le loro condizioni lavorative, soprattutto perché‚ furono adottati gli impianti di aerazione.
Nelle gallerie infatti i minatori dovevano difendersi dal grisou (combinazione di gas metano con ossigeno), dal gas solfidrico e dal calore che sprigionavano le rocce. L'ossigeno all'interno della miniera veniva utilizzato non solo dagli uomini, ma anche dagli animali e dalle lampade.
La ventilazione artificiale permetteva non solo di lavorare meglio spendendo meno fatiche, ma anche di evitare esplosioni, purtroppo frequenti nel sottosuolo. Era sufficiente che l'aria della miniera contenesse una percentuale di grisou (dal 5 al 14%) affinché, con lo scoppio di una mina o l'accensione di una lampada, succedesse l'irreparabile. Anche con l'arrivo dell'elettricità il tasso di gas nel sottosuolo continuava ad essere misurato con una lampada a benzina; quando questa si spegneva segnalava la mancanza di ossigeno.
La miniera rappresentava l'unico modo - nella zona - di lavorare e guadagnare decorosamente.

A mano a mano poi venivano abbattuti con il martello pneumatico per prelevarne lo zolfo e al loro posto venivano inserite delle ripiene o brusaie intrise d'acqua. Il minerale veniva caricato nei vagoni e portato alla discenderia o pozzo da dove veniva trasportato dall'argano a vapore. Di questa macchina restano parti di corda del sostegno delle gabbie.

Nel 1952 ci fu una grande agitazione sindacale e l'occupazione della miniera. I minatori protestarono per impedire ottocentosessanta licenziamenti e la liquidazione dell'industria zolfifera. Gli occupanti, circa duecento, restarono nel sottosuolo a cinquecento metri di profondità per quaranta giorni. Quando uscirono furono tutti licenziati. A nulla valsero gli sforzi del segretario generale della C.G.I.L., Giuseppe Di Vittorio, tesi a salvare i loro posti di lavoro.

Prima della chiusura definitiva (5 maggio 1959), furono collocati in pensione circa cento operai e più di trecento furono trasferiti. Solo una piccola parte rimase a Cabernardi per assicurare la chiusura dell'impianto, mentre gli altri vennero licenziati.

 

 

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